IL MANICHINO DI ORSOLA BANDINI

La foto è una gentile concessione dell’ Archivio Fotografico Musei Civici di Imola
IL MANICHINO DI ORSOLA BANDINI

La storia di un amore che supera il tempo

I Conti Tozzoni furono una delle famiglie nobiliari più importanti di Imola. Il loro palazzo è oggi una casa museo. Fra i suoi esponenti la famiglia contava ecclesiastici, uomini politici e avventurieri, ma chi si fece carico di sistemare l’archivio e tramandarne la storia fu Giorgio Barbato Tozzoni. 

Non essendo il primo in linea ereditaria, Giorgio si dedicò sin da giovane alla vita militare servendo anche sotto Napoleone. Nelle corti toscane che frequentava, sviluppò oltre ad una vasta cultura anche ideali politici filo-francesi.

Alla morte del cugino, erede diretto, lo zio chiamò al suo posto Giorgio ad occuparsi dei beni di famiglia a Imola. Questo prevedeva  anche l’ovvia responsabilità di portare avanti la dinastia. Dovendo prendere moglie, la sua scelta cadde su Orsola Bandini. La giovane donna era faentina ed imparentata alla famiglia Caldesi che era ben nota per le sue simpatie filo-giacobine.

Per accogliere la sposa Giorgio fece restaurare tutta un’ala del palazzo, detta Appartamento Impero. Finalmente nel dicembre del 1819 si celebrarono le nozze nel Duomo di Faenza. 

I primi anni del matrimonio trascorsero felici fra viaggi ed eventi mondani. Giorgio e Orsola erano una coppia affiatata che condivideva, fra i molti interessi, anche un grande amore per la musica. Trascorsi un paio d’anni Orsola rimase incinta, ma la loro felicità non era purtroppo destinata a durare. Una sera d’inverno la coppia si recò ad un ballo in un palazzo nobile di Bologna. Vuoi per la ressa nel salone da ballo, vuoi per il freddo pungente patito in carrozza durante il rientro a Imola, quella notte Orsola si sentì male e perse il bambino.

Dovettero passare ancora dei mesi prima che restasse nuovamente incinta. Questa volta la gravidanza arrivò a termine e nacque un bel bimbo a cui diedero nome Alessandro. Il piccolo era la gioia dei genitori, ma il destino ancora una volta non fu favorevole agli sposi. Durante l’estate del 1825, mentre la coppia si trovava in vacanza ai lidi di Livorno, vennero raggiunti dal messaggio urgente di rientrare immediatamente a Imola perché il piccolo Alessandro si era gravemente ammalato.

Dopo la precipitosa corsa a casa, Giorgio e Orsola consultarono i maggiori luminari ma nulla si poté fare e nell’arco di due giorni il bimbo, a soli due anni, si spense. Da allora Orsola piombò in una disperazione dalla quale non si riprese mai. La contessa alternava momenti di normalità a scatti di ira e nervosismo e nessuno seppe guarire quella che nei documenti viene chiamata un “indecifrabile malattia”. Giorgio fece ogni cosa in suo potere per alleviare il dolore della moglie ma niente sembrò bastare e la vide consumarsi pian piano sotto i suoi occhi fino alla morte avvenuta nel 1836 a soli 39 anni. 

Fu allora che Giorgio Barbato chiamò a sé un artigiano bolognese e gli chiese di creare per lui un fantoccio che fosse “in tutto simile a lei”. Il manichino doveva essere a grandezza naturale. Il viso in stucco doveva riprodurre esattamente i lineamenti della donna, così come le mani e i piedi. Il corpo invece doveva essere modellabile e morbido per poter indossare gli abiti della contessa ed essere sistemato in diverse posizioni. Giorgio fece tagliare i capelli della moglie da cui si ricavò una parrucca per il manichino di Orsola. Restituì tutti gli abiti della sposa alla famiglia della defunta, tranne quello di seta turchese, che oggi è indossato dalla bambola insieme al corredo di scarpe, calze, guanti e scialle.

Il perché di questa bizzarra richiesta non si è mai stato spiegato con chiarezza. L’amore del Conte continua ancora oggi ad abitare le sale del Palazzo dove Orsola una volta visse.